Nel corso degli anni in rete appaiono e scompaiono siti, blog, informazioni e cultura in generale, il mondo della fotografia non è immune da questi mutamenti. C’è un Blog in particolare che ho amato per la sua semplicità, il tempo inevitabilmente passa anche per le persone che dietro la rete, dai lori pc, si occupano di dedicare parte del loro tempo ad aggiornare un semplice blog come ad esempio questo. Il blog di cui parlo aveva un nome interessante e curioso Becoming a Photoeditor (noto come BAPE). Nel corso del tempo il blog ha toccato molti argomenti ma la cosa che più mi colpì fu un’intervista a vari photoeditor: essi nel corso dell’intervista diedero uno spaccato della fotografia italiana molto interessante. Ho chiesto quindi all’autore la possibilità di ripubblicare il contenuto delle interviste in modo da lasciarlo ancora in vita e magari continuare a discuterne. Qui di seguito trovate le interviste integrali a cura di Daniele Federico (facebook.com/daniele.federico) che al momento porta avanti il suo progetto di ritratti: NewFamilies:
Otto sono le domande [in realtà nel blog ne ho trovate solo 7] che nel corso degli ultimi mesi ho rivolto ad alcuni professionisti affermati in Italia nel campo della fotografia, del photoediting, della critica e della direzione artistica di redazioni o di agenzie. Ciascun post che pubblicherò sarà la risposta ad una domanda data da ciascun partecipante al mio piccolo sondaggio.
Il primo quesito è una sorta di presentazione degli intervistati (va precisato che alcune delle interviste sono state frutto di conversazioni, altre hanno ricevuto risposta per email), ecco perché la differenza di lunghezza):
1. BAPE: Sei fotografo/a o lo sei stato/a? Come hai iniziato la tua carriera di esperto/a di immagini fotografiche?
Maria Teresa Cerretelli (photo editor di Class e presidente del GRIN): Ho seguito diversi corsi di fotografia e ho iniziato alla Rizzoli con Capital Qui c’è una presentazione più dettagliata di Maria Teresa Cerretelli.
Sandro Iovine (Direttore della rivista Il Fotografo): Non sono un fotografo. Professionalmente mi limito a dirigere, da una decina di anni, una rivista di settore dedicata alla fotografia, pascolando nelle periferie del giornalismo. Per poter rispondere alla domanda mi piacerebbe capire innanzitutto quali sono i parametri che determinano l’essere o non essere esperti di qualcosa: chi stabilisce l’appartenenza alla categoria degli esperti e chi sono coloro che la applicano. In genere quando mi presentano come esperto di fotografia, non riesco a controllare l’associazione mentale che mi riporta al ricordo di una infausta trasmissione televisiva in cui un composto signore veniva presentato come esperto di rock satanico… E devo ammettere che la mia autostima risulta profondamente intaccata dall’idea di esser messo sullo stesso piano di un disgraziato costretto ad ascoltare, per di più anche al contrario, un numero di dischi che si conta al più sulle dita di due mani. In ogni caso farei risalire il mio rapporto professionale con le immagini al momento in cui ho verificato che per formazione e interessi personali le immagini costituivano per me un testo all’interno di un processo comunicativo e non rappresentavano solo l’epifania di quell’onanismo tecnologico professato come linea editoriale del giornale per cui lavoravo all’epoca.
Manuela Fugenzi (photo editor e ricercatrice iconografica): Sono arrivata a essere photoeditor partendo dalla fotografia e prima ancora dal montaggio cinematografico. Dopo il liceo ho lavorato in uno studio di documentari per la tv girati su pellicola. Ma già avevo la passione per la fotografia. Per me esiste una data precisa, il 1979 a Venezia, avevo vent’anni e sono andata a vedere questo mitico primo grande festival della fotografia in Italia. Esiste un catalogo Electa, da ritrovare nelle biblioteche, che io ti consiglio: per la prima volta in Italia sono state portate mostre internazionali di grandissimo rilievo. Ma è stata un’esperienza di quell’anno. Per qualche anno ho fatto la fotografa di scena a teatro e cinema; poi per una difficoltà economica, di mantenermi e anche per una difficoltà caratteriale… sappiamo che in questo mestiere bisogna avere un po’ le “spalle coperte” sotto tutti i punti di vista. Finanziariamente, è sempre stato così, e per il tempo da dedicare alle public relation che io non avevo. Dovevo trovare un’entrata stabile e sono entrata nella redazione romana dell’editore Giunti di Firenze che governava l’uscita di quattro mensili e aveva bisogno di organizzare il centro iconografico, avevo 27 anni circa. Questo lavoro era spostato anche nella ricerca iconografica storica, di pitture, incisioni… Da lì ho mantenuto un rapporto stabile con l’insegnamento della fotografia che mi ha permesso anche di lavorare sull’aggiornamento: storia, libri comprati all’Agorà di torino, unica libreria specializzata in Italia. Spesso in Francia e a Londra. Tutto questo mi ha permesso di lavorare sia come photoeditor e sia come storica della fotografia.
Gianni Mascolo (Art Director de Il Venerdì): La mia esperienza professionale nel campo della fotografia nasce appunto da questo buco, nel senso che Repubblica e Il Venerdì, dove sono adesso, la figura del photoeditor non esiste, c’era prima al Venerdì, e quando lavoravo al quotidiano c’era l’archivio del quotidiano e i grafici, quindi l’approvvigionamento delle fotografie avveniva tramite i grafici, era il capo di settore che acquistava fisicamente dai fotografi gli scatti, la sua autonomia dipendeva dal budget su foto di giornata, ma anche i capi servizi avevano una certa autonomia in tal senso. La scelta era sempre concordata, ma per lo più cadeva sui grafici. Io prima come caposervizio, poi come art director ho racchiuso in me, nella mia breve esperienza, questo ruolo perchè col cambio di direzione sono stato trasferito ai settimanali. A Repubblica è sempre stato così, era l’art director. Mentre al Venerdì esisteva un photoeditor al desk, ma con la nuova direzione la figura del photoeditor non è stata rimpiazzata. Oggi il lavoro è frutto di un triangolo tra me, la persona che si è sempre occupata della parte amministrativa e il direttore.
Renata Ferri (photo editor di Io Donna): ho fotografato poco, per dire la verità, pochissimo all’inizio. In realtà ho cominciato per caso, perché c’era questa scuola che ora non c’è più di fotografia. Si entrava a numero chiuso: erano venti posti ogni biennio e lei mi ha chiesto di accompagnarla. Abbiamo fatto un esame di ammissione per accedere, all’epoca studiavo all’università e facevo tutt’altro, non mi ero mai occupata di immagine. Alla fine mi hanno preso: a me sì e a lei no. Quindi mi son detta – vabbé, faccio un corso fotografia, sarà una cosa carina – in realtà era una scuola serissima, tutti i giorni dalle 8,30 alle 13,30 e lì m’ha preso la passione. Non ho mai avuto la voglia di fotografare, ma di usare la fotografia per guardare il mondo sì, questa è stata per me la motivazione di fondo nell’affrontare questo lavoro e tutt’ora è così per me: la fotografia di permette di sapere le cose sul mondo in tempo reale. Mi piace molto esprimermi con le parole, ma nello stesso tempo non le amo abbastanza: la fotografia sintetizza, per me.
Giovanna Calvenzi (una delle maggiori esperte in Italia di fotografia e photo editor di Sport Week): quando mi sono iscritta all’università, nel 1969 a lettere, avevo bisogno di lavorare così ho messo un’inserzione sul giornale alla quale mi ha risposto Federico Patellani, un famoso giornalista che aveva bisogno di un’assistente che rimanesse in studio e sapesse l’italiano. Sono rimasta a lavorare lì e mi sono laureata. Contemporeanamente, durante l’università frequentavo il movimento studentesco e Lotta Continua e sapendo che io ero assistente di un fotografo mi fu chiesto di fare le fotografie per il movimento e per il giornale. Così mi sono avvicinata alla fotografia, che non consideravo un lavoro, ma una necessitò contingente che stavo imparando senza che io ci credessi più di tanto. Avrei voluto restare all’università. Dopo la laurea ho fatto domanda in un sacco di scuole come insegnante d’italiano e l’unica che mi ha poi offerto un incarico a tempo pieno fu quella che si chiamava “Umanitaria” che era una scuola professionale, milanese, molto nota per la sua eccellenza. Mi proposero un contratto da subito a tempo pieno se io avessi integrato l’insegnamento della letteratura italiana con la storia della fotografia, perché avevano visto nel curriculum che avevo fatto per quattro anni l’assistente a un fotografo. Io non sapevo niente, ma ho accettato perché era l’unico incarico serio e mi sono messa a studiare, mi piaceva oltretutto studiare e ho cominciato a spiegare, in pratica imparando assieme agli studenti. Inoltre il professore che lasciava l’incarico era Antonio Arcari, un critico della fotografia che mi ha molto aiutanto indirizzando i miei studi, come impostare il corso, come aveva fatto lui, mi ha aiutato molto e io ho fatto esattamente ciò che lui mi ha detto.
Con la seconda domanda della serie entriamo già in una delle parti più interessanti dell’intervista multipla, sebbene i concetti tra le varie risposte tendano a ripetersi, è molto interessante per chi guarda a questo lavoro notare le differenze tra le risposte. Una panoramica che dà il senso delle disuguaglianze e sfumature che esistono anche tra i professionisti di questo stesso ambito. Mi sono permesso di sottolineare le frasi che ritenevo più importanti (una cosa che non si fa nelle interviste), ma che evidenzia alcuni passaggi chiave.
2. Quand’è che ci si può definire un photoeditor?
Maria Teresa Cerretelli (photo editor di Class e presidente del GRIN): Nei giornali italiani c’è chi si occupa della ricerca iconografica. Il photo editor ha un ruolo molto più impegnativo e, come recita lo statuto del GRIN, (www.photoeditors.it) il Redattore Iconografico “è deputato a garantire la qualità e la coerenza visivo-narrativa delle immagini destinate alla pubblicazione” E, sempre sul nostro sito, trovi ben chiari i compiti e doveri del redattore iconografico. Eccoli: Nella sua veste di photo editor, di picture editor o di ricercatore, chi si occupa di immagini nelle redazioni è una figura giornalistica che può esistere solo all’interno di un preciso ruolo giornalistico a cui deve essere applicato il Contratto Nazionale di Lavoro delle categoria. Oggi purtroppo non è così. Nonostante la presenza in diverse case editrici di redattori iconografici iscritti all’Ordine, non sempre questi colleghi riescono ad avere un contratto giornalistico e se non sono iscritti all’Ordine difficilmente riescono a ottenere il praticantato. Il redattore iconografico, nella tradizione anglosassone, e in alcuni casi anche nelle redazioni italiane, è un giornalista a tutti gli effetti con una preparazione fotografica che gli permette, in sintonia con la linea editoriale del giornale, con la fiducia del direttore e in collaborazione con l’art director, di occuparsi autorevolmente della realizzazione della parte visiva del giornale e di garantirne un coerente livello qualitativo. I suoi compiti si riassumono nei punti seguenti: • individuare e scegliere i fotogiornalisti più adatti cui commissionare di volta in volta le immagini o i servizi fotografici necessari alla realizzazione della parte visiva dell’informazione; • organizzare ed effettuare ricerche iconografiche sempre in sintonia con i contenuti e le scelte editoriali del giornale nel quale opera; • esercitare una funzione di collegamento fra giornale, fotogiornalisti e agenzie fotografiche. I suoi doveri, come quelli di tutti i giornalisti, consistono nell’operare affinché ai lettori sia garantita un’informazione di qualità nel rispetto delle norme deontologiche della professione e delle leggi che regolano l’utilizzo delle immagini. Perché compiti e doveri si realizzino, a causa del ruolo determinante delle immagini in tutti i mezzi di informazione (lo testimoniano i provvedimenti disciplinari da parte dell’Ordine nei confronti di certi utilizzi della fotografia), della legge sulla privacy e della facilità di manipolazione digitale delle immagini (cambiare l’informazione contenuta in una foto è oggi facile come cambiare le parole che presentano una notizia), è indispensabile che tutti i soggetti che operano in questo settore specifico del giornalismo siano vincolati e tutelati dalle regole dell’Ordine e che venga loro riconosciuto un ruolo importante tanto quanto quello dei colleghi che, a vari livelli, si occupano della redazione dei testi. La qualità dell’informazione in pericolo. L’attacco alla qualità e alla libertà dell’informazione è in atto. Occorre segnalare che fa parte di questa strategia la pericolosa tendenza degli editori a non assumere persone giornalisticamente e fotograficamente competenti, ma ad affidare la responsabilità della selezione e dell’utilizzo della immagini alle segreterie che, fra le loro molteplici altre incombenze, si occupano prevalentemente della ricerca o a persone con le quali vengono stipulati contratti a tempo di natura diversa, non integrate quindi correttamente nel lavoro della redazione. Due le conseguenze dirette di questa politica: l’impossibilità di avere in redazione giornalisti che, con competenza e con reale potere decisionale, si occupino dell’immagine e un progressivo impoverimento della qualità complessiva dei giornali.
Sandro Iovine (Direttore della rivista Il Fotografo): Se ci riferiamo all’Italia, probabilmente non appena si decide di proclamarsi esperti di rock satanico. Fuor di metafora, direi quando svegliandosi una mattina e avendo bisogno di un lavoro si decide di essere un photo editor. O almeno questo si evince osservando quanto accade nell’editoria nostrana. Io credo che se si seguissero i curriculum vitae dei pochi fortunati personaggi che possono fregiarsi del titolo di photo editor (basta guardare i colophon dei periodici per verificare come questa figura sia ufficialmente assente da numerosissime testate) forse potremo scoprire interessanti percorsi. Tanto per fare un esempio riferito alle ultime leve di questa professione, un paio di photo editor di importanti testate periodiche negli ultimi dieci anni possono vantare una comune esperienza all’interno di una notissima agenzia fotografica da cui sono stati proiettati direttamente all’interno di testate con il ruolo di scegliere le fotografie da acquistare. Senz’altro l’esperienza accumulata seguendo giovani fotografi all’interno di un’agenzia è fondante e formante, ma in assoluto se fossi il titolare di un’azienda e avessi i contatti giusti e la possibilità di trasformarli in azioni concrete, credo che considererei con attenzione i vantaggi derivanti dalla possibilità di piazzare con potere decisionale uno dei miei dipendenti all’interno di una struttura che normalmente acquista il mio prodotto.
Manuela Fugenzi (photo editor e ricercatrice iconografica): L’Italia soffre di alcuni deficit, il Grin è in prima linea in questo caso e non è un caso che la sua sede sia a Milano e io che sono a Roma, di fatto, non partecipo ad alcuna delle loro attività. Negli anni 80 avevo tra l’altro avuto la possibilità di fare una serie di collocqui perché cercavano photo editor a Panorama e riviste di Rizzoli, Mondadori, etc… Ma ho fatto di tutto per non andare a Milano che non mi piaceva. Quindi mi sono formata nel momento in cui la carta stampata ha avuto la necessità di sostenere la scelta dell’editoria patinata, i magazine per i quotidiani e in genere l’esplosione della fotografia italiana sia per quanto riguarda il reportage che la pubblicità. Questa domanda ha fatto sì che si formassero nuove professionalità. In realtà questo mestiere all’inizio lo facevano le segretarie di redazione coadiuvate dai direttori editoriali. Noi che abbiamo abbracciato il mestiere di photo editor abbiamo fatto molta fatica a essere accettati professionalmente: io sono giornalista dal 1990 ed è stato fin troppo difficile farmi riconoscere dall’Ordine anche la redazione delle didascalie delle foto come lavoro redazionale. Oggi è accaduto che da quando la vendita delle immagini avviene online, mentre, paradossalmente, è diventato più difficile essere dei buoni photo editor dato che abbiamo di fronte un’offerta ampissima per cui la capacità di riconoscere cosa valga la pena pubblicare secondo me abbisogna di uno specialismo importante. I giornali, invece, nel panorama di un’economia in crisi tendono a tagliare proprio di costi delle immagini e cancellare professionalità specifiche. Questo perché si è sempre pensato che questo mestiere lo possa fare chiunque, in passato all’interno della redazione il photoeditor si è sempre dovuto battere contro l’ultimo della fila che si alzava dicendo: “Mi piace, non mi piace… è brutta, è bella”, con categorie generiche che potevano rovinare il lavoro anche di una settimana. Gli stessi direttori dei giornali sono sempre formati sulla penna e mai sull’immagine. Anche se adesso le cose stanno cambiando, io credo che il web abbia con realtà come il citizen journalism e con i materiali che provengo dagli utenti piuttosto che dai professionisti necessiti ancor di più di un coordinamento professionale da parte del photo editor. Oggi si fa di più, con più velocità, a scapito della qualità. In pratica avviene che una redazione fa un contratto di esclusiva con Corbis, piuttosto che con Contrasto o altre e si arriva a non utilizzare tutto il patrimonio online e rivolgersi sempre a canali preferenziali e finiamo per pubblicare tutti le stesse cose. Quando si diventa un vero photo editor? Mai. Io credo sia fondamentale una cosa che oggi si fa sempre meno e cioè avere una buona cultura di base, bisogna sapere leggere, far di conto ed essere informati sulle cose. C’è bisogno di una curiosità verso il mondo e una sensibilità verso il mondo, esattamente come i colleghi di penna. E poi approfondire le capacità di lettura: cosa esprime quel soggetto, l’opera di quel fotografo e come risponde a una necessità editoriale.
Gianni Mascolo (Art Director de Il Venerdì): Io sono ancora alla ricerca del photoeditor. Ad esempio l’anno scorso ho conosciuto la Calvenzi, a quanto mi risulta è “il photoeditor” in Italia e parlando con lei mi sono accorto che trovare una persona che racchiuda in sè la competenza, l’autonomia e la cultura necessarie sia difficile. Non conosco la figura del photoeditor perché non mi capita di interfacciarmi con questa professionalità, nello stesso tempo mi accorgo di fare un mestiere che in parte non è il mio. E sarei anche curioso di lavorare a fianco di uno di questi professionisti, perché adesso mi accorgo di avere un potere sia pratico, sia di orientamento e di scelta enorme rispetto a una collaborazione con un photoeditor. Tra l’altro mi viene anche il sospetto che questa figura non esista in Italia perchè tutti reputano che la materia fotografica sia appannaggio di qualsiasi persona. Secondo la mia testimonianza tutti si sentono intenditori di fotografia di grafica.
Renata Ferri (photo editor di Io Donna): Secondo me il mestiere di photo editor godeva di poca riconoscibilità in passato, ma adesso viviamo l’inversione di tendenza. Io personalmente penso di essere forse l’unica photoeditor che viene dall’ “altra parte della barricata”. Cioè per quindici anni ho diretto un’agenzia di produzione fotografica, che si chiama Contrasto e il gruppo di fotografi che c’è attualmente è stato in pratica creato da me quando ho cominciato nel ’92 con loro. Il fatto di aver passato tanto tempo nella produzione e oggi facendo la fruitrice per l’editoria fa sì che io abbia sviluppato una percezione un po’ a 360°. Il photo editor sceglie le immagini per diverse entità, solitamente è una professione declinata al femminile.
È l’autorevolezza che di solito rende un photo editor riconoscibile, cioè la sua capacità di interpretazione e di organizzazione delle immagini. Un photo editor racconta con le immagini quello che normalmente si fa con le parole.
Giovanna Calvenzi (una delle maggiori esperte in Italia di fotografia e photo editor di Sport Week): Il photo editor per convenzione, dato che il contratto dei giornalisti non prevede questa figura, è la persona che con il direttore e l’art director si occupa della creazione dell’immagine di un giornale. Significa non solo cercare o far fare le fotografie che servono, ma anche stabilire quali linguaggi utilizzare per fare la parte visiva di un periodico. Perché questo avvenga uno può essere anche esterno al giornale, ma normalmente è molto costruttivo che il photoeditor sia interno a una redazione, che abbia un contratto giornalistico e faccia parte della redazione, quindi diventa un lavoro di gruppo in cui risulta “facile” fare il lavoro del photoeditor. Anche perché nell’ambito di un giornale la struttura gerarchica è molto rigida. La struttura delle redazioni si puà paragonare a quella dell’esercito con il capo assoluto e sotto ci sono gli altri. Di conseguenza se il photo editor è un esterno, ha un contratto e non è giornalista ti rispettano, certo, ma hai meno potere decisionale, devi avere un grado abbastanza alto per entrare nella gerarchia del giornale ed essere rispettato. É importante che l’azienda riconsca che il tuo è un lavoro giornalistico, quindi che ti assuma, dopodiché ti iscrivi all’albo. Puoi anche lavorare come free lance, ma a quel punto l’iscrizione all’albo dei pubblicisti non ti serve a niente. Anzi ultimamente (questa è una cosa che vale in questo momento storico ma non è detto che sia così per sempre) essere giornalisti professionisti è forse più negativo, perché oggi stanno tutti contraendo le spese e quindi tendono tutti a prendere dei collaboratori con poche qualifiche da far valere sul piatto economico. Il giornalista costa di per sè, mentre tu puoi fare benissimo il tuo lavoro senza essere iscritto all’albo.
Roberto Koch: il photo editor è una figura molto precisa: è il redattore che sovrintende alla selezione delle fotografie da pubblicare nel giornale. Una posizione di responsabilità molto ben definita, un giornalista si può dire photo editor se ricopre questa funzione. Io credo anche che sia piuttosto riconosciuto, ormai, perlomeno in ambito giornalistico. C’è uno spazio in cui questa dimensione non viene riconosciuta che è quello dei quotidiani, a parte La Stampa in cui c’è Mauro Vallinotto che fa il photo editor, ma per il resto questa funzione è più seguita dagli art director che hanno una necessità più artistica che specificamente fotografica. Mentre nei settimanali e periodici io so bene, quando abbiamo cominciato, che non c’erano photo editor da nessuna parte. Ora esistein ogni settimanale italiano, come figura acquisita; In più c’è un’associazione, c’è molta iniziativa. Direi che è senz’altro una situazione in evoluzione che riguarderà presto o tardi anche i quotidiani.
Continua la serie delle interviste ai photoeditor. Ancora le differenze si estremizzano e si configura una mappa di diverse correnti di pensiero legate a questa professione, in particolare si sente il divario tra Roma e Milano. Ma non bisogna vedere tutto con sguardo negativo e fatalismo tipicamente italiano: nessuno aveva detto che quella del photo editor fosse una professione lineare.
3. Quanti veri photoeditor ci sono in Italia? Perché? Qual è la ragione principale dell’arretratezza culturale in Italia? Sono necessarie le scuole?
Maria Teresa Cerretelli: Non sono molti photoeditor, in compenso esistono molte scuole che insegnano il photo editing. Come per tutti i lavori vale moltissimo l’esperienza sul campo e ancor di più avere come maestri direttori e art director che conoscono e valorizzano appieno la fotografia sui giornali.
Sandro Iovine: Prima di azzardare qualunque ipotesi vorrei rivolgere un pensiero colmo di gratitudine al buon vecchio Fibonacci responsabile di aver traghettato nella cultura occidentale, attraverso la traslitterazione dall’arabo sifr in zephirum, quel concetto elaborato dai filosofi arabi nel medioevo, grazie al quale oggi possiamo rispondere in modo esaustivo a questa domanda. Il photo editor dovrebbe essere un giornalista. Dovremmo chiederci, quindi, quanti veri giornalisti viventi e operanti ci sono in Italia? Ma in ogni caso le varianze all’interno del computo finale non sarebbero sufficientemente significative da consentire di formulare la risposta in termini di unità quantificabili. Le ragioni di questa affermazione sono da ricercarsi nella totale dipendenza dei giornalismo dal potere economico e politico… ammesso che la distinzione possa ancora generare senso al giorno d’oggi. Il giornalismo in Italia non assolve a quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria: informare. Il giornalismo è oggi solo un contenitore di introiti pubblicitari e come tale deve comportarsi senza interferire con le dinamiche commerciali. Si pubblica, indipendentemente dalla forma in cui ciò si concretizza, solo quanto è funzione della raccolta pubblicitaria. Prima di ricevere il tassativo ordine del mio epatologo di astenermi dal partecipare a ulteriori riunioni dell’associazione dei photo editor, ricordo di aver assistito all’esternazione del responsabile di uno dei maggiori quotidiani italiani, che sosteneva che il ruolo dei photo editor era quello di dare al pubblico ciò che il pubblico desidera. Inutile sottolineare che un atteggiamento simile trascende completamente diritti e doveri dell’informazione, a favore di un appiattimento massificato e massificante. Del resto allo stesso personaggio che, è importante ricordarlo, non lavora in una pubblicazione di provincia, ma in uno dei più accreditati quotidiani italiani, posso ascrivere un altro edificante episodio che la dice lunga sulla professionalità dei photo editor. Qualche anno fa accompagnai un fotografo a proporre un lavoro sulla psichiatria nel Tempio del giornalismo italiano. Il lavoro mostrava, con una qualità fotografica perfettibile, l’esito dell’applicazione della famigerata legge 180 in quella che allora era la Quinta Circoscrizione del Comune di Roma. Tutto era stato impostato sulla documentazione di ciò che accadeva applicando alla lettera il dispositivo giuridico. Risultato: il degente psichiatrico era ricondotto alla dimensione di persona e non di reietto della società come appariva nelle documentazioni fotografiche di D’Alessandro, Berengo Gardin e Cerati della fine degli anni Sessanta. Il photo editor in questione dopo aver visionato i materiali commentò, con la classica formula di disimpegno utilizzata con i fotografi: il lavoro è molto bello e si potrebbe utilizzare per fare una mostra e un libro (entrambi per altro già realizzati e documentati sotto i suoi occhi). Quindi: complimenti vivissimi, ma lui per il giornale aveva bisogno dei «matti» non delle persone… Ovvero: la ratio con cui e per cui le foto erano state realizzate, la notizia, non erano importanti per il giornale, il cui compito è notoriamente quello di confermare un rassicurante stereotipo che consenta al lettore di non innescare un possibile processo di identificazione con il malato psichiatrico. Sono necessarie le scuole? Certo che lo sono. Peccato che l’unica di cui sia a conoscenza consista di fatto in un corso fortemente ispirato se non proprio gestito dalla succitata associazione di photo editor, fatto questo che suppongo non meriti ulteriori commenti.
Manuela Fugenzi: Manca innanzitutto la consapevolezza che la professione esiste e a riguardo ti faccio un esempio molto pratico sui corsi di giornalismo, su un esempio universitario. In passato ebbi una lunga conversazione con, di Repubblica, che insegna in un master di giornalismo a La Sapienza, presieduto da Vittorio Vidotto, uno storico contemporaneo, avevo infatti constatato che Pietro mi mandava tutti i ragazzi che desideravano fare tesi sul fotogiornalismo perché lui ammetteva di non essere competente e che non c’era nessuno adatto in facoltà. A quel punto chiesi a Vidotto un corso all’interno del master. Lì ho compreso che non solo mancano le risorse economiche, ma loro stessi cascano dalle nuvole, perché non viene contemplato come un vero mestiere. Anche il fotogiornalismo fatica oggi in Italia a farsi considerara come un vero e proprio mestiere. Neppure dentro la Scuola Romana di Fotografia, dove io insegno, esiste un corso per photo editor, e siamo in una delle scuole più importanti di Roma. Ora da poco si è attivato alla Luiss un corso sul fotogiornalismo, ma anche quello, come nasce? Ecco come: il modulo di photoediting lo cura una photo editor di Internazionale che, per quanto costituisca un buon esempio, comunque non comprende tutta la fotografia. Non ci sono altri photo editor. Invece io e Dario, quando abbiamo ideato il corso sul photogiornalismo in questa scuola, ci siamo seduti a tavolino e abbiamo selezionato quattro tipologie di fotoreporter, tra cui Giovanni De Mauro, ma erano tutti di provenienza differente: abbiamo fornito un buon servizio ai nostri studenti, abbiamo avuto un scambio, abbiamo fatto conoscere la scuola dall’interno, così si fa. Non si può fare un master alla Luiss e chiamare le risorse che hai già nella tua struttura. Non è ben organizzato. In quel corso ci sono nomi ci rilievo, come Zizola, altri nomi legati al fotogiornalismo internazionale, però poi la panoramica della conoscenza per un photoeditor manca. Le persone che io conosco e che si sono formate in Italia per questa professione è Lucy Conticello, ha lavorato poi a Londra e a New York. Oggi lavora all’Herald Tribune, ha lavorato anche al Courrier international, ovvero il papà spirituale di Internazionale. Un’altra, bravissima, formata in questa scuola è AnnaLaura Palma che lavora a Londra. Lei è più giovane, e ti dico che in Italia ha fatto la photoeditor a Internazionale per un estate e la photoeditor per Color a Treviso, dopodiché non ha trovato spazi nel nostro paese, invece a New York ha fatto presto: ora sono quattro anni che lavora lì. In Italia faccio fatica anch’io a fare questa professione, senza considerare che da noi la professione ha una connotazione fortemente femminile e milanese, è lì che si trovano quelli che contano: come la Calvenzi e Renata Ferri. Alla fine credo che i fotoeditor in Italia siano pochi e che siano ben formati, piucchealtro la deprofessionalizzazione si trova nelle iniziative legate alle manifestazioni di stampo fotografico, dove c’è molta più improvvisazione. Mostre gratuite, fatte nei baretti, che va bene, ma solo se inseriti in una cultura alternativa. È anacronistico pensare alla mostra per la mostra. Gli americani, nel loro pragmatismo, insegnano che la mostra si fa per due motivi: perché vuoi creare dibattito e dire cose forti, oppure per fare mercato, non per la gloria. Bisogna pagare il lavoro curatoriale, le stampe, etc… In Italia si vedono queste mostre in posti che non si sa bene come facciano a stare in piedi, le stampe se le paga il fotografo, la cura è gratuita. E si rimane nell’acquata solita.
Gianni Mascolo: Non ne ho la più pallida idea. Io non ne conosco: la mia esperienza, col mio gruppo, tranne Giovanna Calvenzi, che storicamente rappresenta questa professione. Credo che all’Espresso c’è un pool di ricerca fotografica.
Renata Ferri: Be’ c’è ne sono parecchi, credo siano più di cinquanta, ma sempre di più anche perché la fotografia assume un’importanza crescente all’interno dei giornali, che di conseguenza non hanno alternative. Oggi mi pare che solo al Grin, in un censimento di pochi anni fa avevamo contato tra photoeditor e ricercatori iconografici più di cento professionisti.
Giovanna Calvenzi: Ultimamente il numero è abbastanza aumentato… io direi comunque, che photoeditor veri, non si arriva a dieci. Che hanno potere dentro le redazioni. Io conosco bene il lavoro di alcune redazioni, ma so benissimo che il photoeditor è una persona molto qualificata che risolve i problemi. Tu puoi essere bravissimo o una bestia, ma non conta, devi trovare il direttore che ti fa lavorare, che crede nel lavoro di ricerca, selezione, etc… E in Italia non ne vedo tanti di direttori che credono alla fotografia.
Roberto Koch: Credo che ce ne siano parecchi, tra l’altro con la crisi non mi pare sia una professione messa in discussione. È ovvio ci siano giornali che non hanno sufficienti mezzi. Noi dialoghiamo settimanalmente con una ventina, se non più di photo editor, ciò significa che è una figura ormai integrata e riconosciuta. Anche laddove il direttore ha una particolare sensibilità per l’immagine e si vuole occupare anche lui di cosa selezionare, c’è spesso un sostegno esperto.
Con la quarta domanda ho chiesto delucidazioni sulla mancanza dei credit in calce alle immagini, una cattiva pratica che non ammette biasimo. Sappiamo benissimo i motivi di questa situazione, ma è sempre importante parlarne con i diretti interessati.
4. Perché su molti giornali mancano i credit dei fotografi? Non curanza? Difficoltà nella gestione delle immagini? Hai mai mancato l’indicazione dell’autore delle foto nel corso della tua carriera professionale?
Maria Teresa Cerretelli: I credit sono obbligatori e devono esserci. A volte mancano per noncuranza. All’inizio della mia carriera alcune volte mi è capitato e allora ho dovuto scrivere “errata corrige” nel numero successivo scusandomi con l’interessato e i lettori per l’omissione.
Sandro Iovine: Perché il fotografo nella filiera produttiva editoriale è l’anello più debole. Il fotografo per il giornalista italiano è quello che fa una cosa che può fare chiunque e il cui lavoro si utilizza per riempire i buchi che rimangono nelle geometrie della pagina quando non si sa più che scrivere. La fotografia è intesa come illustrazione del testo scritto, non è testo essa stessa. Inoltre in Italia abbiamo una lunga tradizione di ignoranza in senso etimologico da parte dei fotografi, una tradizione che si è risolta nell’incapacità di concepire e attuare una difesa della dignità professionale. Ricordo di aver sentito un fotografo di cronaca romana vantarsi del fatto di non aver mai firmato le proprie foto, perché in questo modo poteva venderle contemporaneamente sia a Il Tempo sia a Il Messaggero. Partendo da logiche del genere come si può pretendere rispetto per il proprio lavoro? Nella mia carriera ricordo di essere stato assalito da un autore che non aveva trovato il credit a fianco alla sua foto. In realtà in quel caso aveva tra le mani una copia tagliata male in fase di confezione e il suo nome era stato rifilato via in quanto molto vicino al bordo. In assoluto comunque di sicuro mi sarà capitato di far saltare qualche nome involontariamente. Sono cose che non dovrebbero succedere, ma nella confusione di una chiusura possono capitare. Fondamentale credo sia comunque l’avere ben chiaro nella propria coscienza che in casi del genere si è comunque commesso un errore grave, al di là della volontarietà. Non è meno grave che far saltare la firma di un articolo (altra cosa capitata purtroppo). Quanto alla difficoltà nella gestione delle immagini oggi il discorso dovrebbe essere relativo. Di fatto in passato la maggior parte dei rapporti tra fotografo e giornale erano gestiti in maniera alquanto superficiale soprattutto da parte dei fotografi, che spesso non mettevano nemmeno le proprie indicazioni dietro alle stampe, ma torniamo al discorso fatto poc’anzi.
Manuela Fugenzi: Non mi è mai successo nel senso che, essendo arrivata al photoediting da fotografa, per me tutto era importante dal taglio, ai credit appunto, a come era montata in pagina. In più ho sempre lavorato per i mensili in cui, dovendomi occupare delle didascalie, riuscivo a sistemare anche le notizie sull’autore. Quando salta il credit? Ad esempio se una fotografia viene acquistata e utilizzata una prima volta e poi riutilizzata in un secondo momento per fare una brochure, delle pubblicazioni da parte dello stesso compratore (una casa editrice, per esempio) si può perdere. Non c’è una cultura che dia importanza all’autorialità. Infine torniamo al discorso fatto sopra della scarsa professionalità di coloro che maneggiano le immagini in ambito editoriale-pubblicitario. Io, in linea di massima, li ho sempre messi.
Gianni Mascolo: per quanto riguarda il quotidiano credo sia semplicemente una questione di tempi e di modi. Problemi che ormai con il digitale diventa tecnicamente risolvibile, abbiamo gli infofile. Per quanto riguarda la mia esperienza, noi mettiamo i credit. Spessissimo li dimentichiamo, anche lì c’è un problema più logistico che di cultura. Nel 90% dei casi indichiamo l’autore, nei casi rimanenti può sfuggire.
Renata Ferri: non c’è assolutamente nessuna difficoltà nel mettere i credit alle immagini. È un lavoro che i più ritengono superfluo perché non hanno rispetto, questo accade nei giornali italiani. Loro capiscono l’importanza delle immagini, ma non hanno una cultura sufficientemente consapevole e manca il rispetto nel lavoro dei fotografi. Nel giornale dove lavoro attualmente si impiega un’ora di tempo, quindi nulla di che. A me non è mai successo di omettere consapevolmente l’indicazione dell’autore. Ovvio che può saltare per errore, ma due volte in un anno. Questa prassi tipica dei quotidiani italiani: Il Corriere della Sera li mette in modo sporadico, La Repubblica non ne ha mai messo uno e io la trovo una cosa veramente scandalosa.
Giovanna Calvenzi: Secondo me questo vale solo per i quotidiani. Comunque parte da un malcostume, cioè i giornalisti dei quotidiani mancano della figura del photoeditor, hanno dei ricercatori iconografici, hanno un vicedirettore che s’intende molto di fotografia o si fa riferimento all’Art Director del giornale. Quindi ogni giornalista si scarica le foto da questi sistemi interni in abbonamento e se uno è bravo e ha lo spazio mette la firma, ma in mancanza di questi due presupposti la firma salta. Ognuno fa un po’ quello che gli pare. Anche se c’è il segretario di redazione che continua a mandare lettere a tutti quanti dicendo: “Per favore firmate le fotografie”. Non c’è nessuno che poi a fine giornata controlli che le foto siano state messe. Nei giornali dove ho lavorato io abbiamo sempre cercato di firmare le foto. C’è dell’altro: moltissime agenzie firmano solo con il cognome del fotografo e tutte le volte che devo firmare un foto ho necessita di chiamare l’agenzia per chiedere il nome di battesimo del fotografo. Io ti giuro che dopo nove anni di questo lavoro c’è da impazzire: non ci possono costringere a telefonare per ogni fotografo. Adesso la ragazza che lavora per me si è fatta una lista dei fotografi più ricorrenti. Questo vale anche per le agenzie grandi, ma io no, io firmo nome e cognome.
Roberto Koch: Io credo sia un problema culturale, tra l’altro io ho un’idea del credit non solo come riconoscimento del fotografo, ma anche per un’esattezza dell’informazione. Normalmente se si pubblica un articolo, si pubblica anche la firma del giornalista che diventa responsabile di quello che ha scritto e che può essere anche identificato. A volte i giornalisti discutono perché magari il titolo non lo hanno messo loro e può non corrispondere a quello che loro avrebbero voluto, però abbiamo la certezza che il pubblicato è frutto di un contenuto che passa per un giornalista il quale verifica ciò che scrive. Ora il fotografo dovrebbe essere altrettanto responsabile nel momento in cui fa il mestiere del giornalista fotografo e si deve assumere le responsabilità di quello che ha prodotto. È un fatto culturale perché la fotografia viene considerata un riempitivo e non un contenuto essenziale per la buona riuscita del giornale. Ed è un fatto, direi, piuttosto limitato ai giornali. Nei periodici è quasi sempre indicato, di nuovo la presenza dei fotoeditor aiuta in questo senso. Ancora si sentono storie su un fantomatico grafico che si è dimenticato il credit, ma il grafico non dimentica la firma del giornalista scrittore e se uno gli dà adeguate istruzioni, provvederà anche al resto. Nei nostri quotidiani mancano i credit, ma manca anche una tradizione specifica, diversamente dai giornali anglosassoni. Ad esempio Montanelli, per citare il decano del giornalismo italiano, mai si sarebbe accompagnato a un fotografo nell’elaborazione di un proprio pezzo; invece Hemingway, quando scriveva per Collier’s, in America, lo faceva sperando di avere un fotografo con sé. Sono due attitudini completamente diverse, non è che uno è più bravo dell’altro, è proprio un background culturale diverso: da noi la parola trionfa su tutto e abbiamo un giornalismo più di commento che di informazione fattuale. Pensi che Repubblica è stata la più grossa rivoluzione dei quotidiani, negli ultimi trent’anni e un giornale come El Pais, che è nato cercando di copiare la formula di Repubblica e quello che era più di successo, però fin dall’inizio aveva tre redattore iconografici e sei fotografi nel proprio staff. C’è questa necessità della fotografia, ma non la convinzione dell’importanza della fotografia.
5. Come trovi i nuovi fotografi? Quanto tempi dedichi a questa attività? La diffusione delle tecnologie digitali ha aumentato l’esposizione dei fotografi e aspiranti tali. In media, da quanti sei contattato/a? Dai qualche consiglio ai nuovi fotografi per contattare professionisti come te.
Maria Teresa Cerretelli: Tanti sfogliano il giornale e mi contattano direttamente . Tanti giovani e meno giovani li conosco durante le letture portfoli che faccio nei diversi Festival della fotografia e, quando posso, li chiamo per commissionare ritratti o reportage. Poi ci sono i fotografi che mi contattano per preparare o riordinare i loro progetti di fotografia o avere consigli e suggerimenti. È chiaro che in piena lavorazione del giornale non abbiamo tanto tempo in redazione da dedicare a tutti gli aspiranti fotografi.
Sandro Iovine: Nello specifico del mio caso il discorso è particolare. Lavorando in un giornale dedicato alla fotografia è quotidiano l’afflusso spontaneo di immagini. All’interno di questo fiume in piena i fotografi accettabili sono più o meno l’equivalente del contenuto di un contagocce carico a metà. Al di là di questo ci sono occasioni pubbliche di incontro come le letture portfolio, che però troppo spesso hanno vocazione amatoriale, e soprattutto l’incontro prolungato all’interno dell’attività di insegnante, dove è possibile veder crescere ogni tanto qualche personalità interessante. Fare numeri è impossibile, in ogni caso tra una cosa è l’altra parliamo di migliaia di fotografi di varia estrazione e aspirazione incontrati ogni anno. Di questi forse l’uno o due per mille ha reali possibilità di riuscire nella professione. Il consiglio che posso dare a chi aspiri a fare la professione di fotografo è quello di trovarsi un buon lavoro e fotografare per hobby. Per descrivere la situazione professionale del fotografo oggi prendo a prestito le parole che un amico fotografo romano, all’alba dei quant’anni di cui una quindicina spesi nella professione, si sentì dire dalla madre: «Fijo mio, ma quann’è che te trovi ‘n lavoro che te spesi?». Saggezza popolare e conti della serva indubbiamente, ma sia pure in modo ellittico mi sembra una una descrizione perfetta della condizione di fotografo oggi.
Manuela Fugenzi: Io sono sempre stata una free-lance, naturalmente molto dipendeva dal luogo in cui di volta in volta mi sono trovata a lavorare in quel momento della mia vita. Non ti parlo del passato, ma ti basti sapere che proprio ieri ho gettato dei vecchi faldoni del mio studio, degli anni ’90 e mi sono stupita nel rivedere fotocopie, numeri di telefono, foglietti di passaparola (all’epoca avveniva così). Oggi, come tutti, consulto moltissimo il web, le riviste, le agenzie, tutte le newsletter che mi arrivano, i festival sono anche importanti, altre volte leggo i credit sui giornali di immagini che apprezzo. Vengo contattata dai giovani fotografi. Il consiglio che suggerisco a tutti è di farsi un proprio sito per poi tirare su progetti che di volta in volta verranno segnalati a coloro che fanno il mio lavoro. Questo ci permette di creare delle cartelle di indirizzi web preferiti, o per argomento. Successivamente è facile riconttattare quel fotografo, quando ci si ricorda delle sue immagini. Per me è più comodo organizzare i miei indirizzi web preferiti, piuttosto che nelle rubrica.
Gianni Mascolo: Solitamente arrivano richieste di visione via email. Però io farei un passo indietro, perché piuttosto che i nuovi fotografi non conosce neanche quelli vecchi, nel senso che si lavora talmente poco e talmente in automatico che c’è una difficolta poi anche all’interno delle agenzie per valorizzare dei professionisti. Vedo che c’è l’abitudine dalla maggior parte dei giornali di usare i fotografi, per così dire, “di casa”. Questo deriva dall’assenza di un lavoro organico, la questione è che noi commissioniamo talmente poco, rispetto al passato (per motivi economici e culturali), che mi rivolgo per comodità e pigrizia alla stessa agenzia. Avviene anche la conoscenza diretta dei fotografi, soprattutto durante le letture dei portfolio, il grosso limite spesso di queste proposte è che sono scontati o tardivi.
Renata Ferri: Io dedico abbatanza tempo a vedere molti fotografi. Primo perché passo molto tempo nella rete, vedere siti e portfolio online. Se mi interessa Guido Gozzilli, che è uno dei fotografi in mostra (ndr. Ore 3,32 / Reportage Atri Festival, prima edizione), l’ho chiamato e gli ho proposto la mostra. Spesso li trovo su facebook, Twitter, Flickr, moltissime email. Diciamo che cerco di vedere tutto e rispondere a tutti.
Giovanna Calvenzi: non uso internet, ma faccio molte letture portfolio. Cerco di dedicare molto tempo a questa cosa, vedo tutti quelli che mi telefonano, magari li faccio penare tanto tempo, ad esso per esempio mi fermo perché ho un periodo molto poco, due giorni a settimana (ndr. Giugno 2009). Ultimamente cerco di vedere un fotografo al giorno. Prima dedicavo un giorno a settimana all’incontro con i fotografi, ma mi sono accorta che dopo un po’ non associavo più le immagini alle persone. Se mi mandano dei cd o dei progetti, dedico il sabato pomeriggio o la domenica a visionarli; cerco di frequentare quanti più festival ed eventi possibile. Non mi piace molto fare la lettura dei portfolio perché, nonostante mi piaccia l’incontro e lo scambio, ho la sensazione che soprattutto in questa fase attuale molta gente cerchi lavoro. Vorresti poter far lavorare tutti e dato che non puoi, per me diventa frustrante. Tieni conto che nel giornale dove lavoro io produciamo molto, facciamo fare mediamente quattro o cinque servizi a settimana. È un giornale sportivo, ma non commissiono mai l’evento sportivo in sé e a parte un fotografo che è restato dai nove anni della mia collaborazione gli altri fotografi sono cambiati tutti. Per far lavorare un po’ tutti, ma va detto che far lavorare i fotografi, attraverso le commissioni, non significa soltanto essere certi di ottenere un’immagine esattamente adatta al giornale, ma anche avere della gente che è capace di variare e sorprendere in ogni immagine che fa. Non è detto che un dato fotografo, sebbene bravo, proponga il tipo di fotografia che cerco per il mio giornale. Fare il fotoeditor significa ottenere la fotografia giusta per il giornale, non necessariamente per lui stesso. È un aspetto che si tende a sottovalutare, ma che in realtà è un po’ difficile ottenere. E poi è sempre il direttore che ha l’ultima parola. Quindi ti trovi a lavorare con fotografi diversi che cerchi di guidare e indirizzare, ma spesso la qualità del lavoro finale va di pari passo con la capacità che ha il singolo fotografo di organizzarsi: se io devo fare otto ritratti in otto città diverse, mi sarà molto più difficile organizzare da me il lavoro. Preferisco un fotografo un pochino meno bravo sul piano qualitativo, ma che sia in grado di arrangiarsi e che capiscano i miei intenti: come voglio le immagini, la ragione per la quale si cerca quel personaggio, dopodiché dev’essere lui a fare il resto.
Roberto Koch: Nell’organizzazione di Contrasto mi occupo di cercare di capire dove ci sono fotografi interessanti, ma c’è una persona, Giulia Tornari che si occupa della visione e selezione dei nuovi fotografi. I meccanismi sono i più disparati: un premio, l’invio di un portfolio, una pubblicazione, il passaparola, etc… Sono vari i percorsi per cui un fotografo si ritrova in agenzia, bisogna anche trovarsi sul piano professionale, umano, relazionale. Noi cerchiamo fotografi interessanti di per sé più che per il settore di cui si occupano, quindi se troviamo un nuovo ritrattista molto interessante cerchiamo di collaborare con lui anche se ne abbiamo già cinque. Non è che dobbiamo riempire delle caselle.
6. Cosa diresti che manca ai fotografi italiani? Riguardo i temi, lo stile e il modo di lavorare?
Maria Teresa Cerretelli: C’è molta competizione nel campo della fotografia in Italia come all’estero e non credo che manchi qualcosa ai fotografi italiani. La professionalità e la puntualità sono sempre e comunque qualità vincenti, ma questo vale per tutte le professioni. Poi certamente ci sono fotografi più talentuosi di altri. Noi come gruppo di Photo editor (GRIN) promuoviamo da anni la fotografia italiana attraverso il nostro premio Amilcare Ponchielli, (intestato al primo photo editor italiano) e organizziamo nei festival italiani la videoproiezione dei quindici lavori giunti in finale e questo è un modo per far conoscere fotografi, progetti e stili diversi.
Sandro Iovine: Manca la cultura visiva e spesso non solo quella. Manca l’umiltà di mettersi a studiare per anni senza sentirsi arrivati prima ancora di cominciare. Manca la coscienza che si tratta davvero di un lavoro e che come tale richiede sacrifici non indifferenti se si vuole riuscire. Manca il contatto con una dimensione che sia men che provinciale. Manca spessissimo la coscienza che è di comunicazione che stiamo parlando e che alla base di questa ci sono delle regole, sia pur flessibili e estremamente dinamiche. E in tutto questo vorrei sottolineare che le colpe non sono necessariamente dei singoli, ma in buona parte dell’intero sistema educativo italiano che prevede interessanti programmi di educazione visiva che però nessuno applica. Ho provato un’infinità di volte a chiedere al pubblico di fronte al quale mi sono trovato a parlare a chi fosse stato insegnato a leggere e scrivere nella scuola dell’obbligo e ovviamente tutti mi hanno sempre risposto che si trattava di nozioni che avevano ricevuto. Riformulando la domanda in termini di insegnamento sulla lettura e scrittura di immagini ho trovato solo una volta, a Catania, una ragazza bionda in prima fila che ha alzato la mano. Alla domanda «ma dove hai fatto la scuola dell’obbligo?» rispose «In München». A parte casi limite non credo che il problema siano i temi, lo stile o il modo concreto di lavorare, Semmai le difficoltà derivano dalla capacità di collegare i vari elementi in un unicum. E il problema è più avvertibile all’interno del mondo del fotogiornalismo, dove le derive commerciali para-artistiche stanno assestando il colpo finale a una professionalità già complessa e in crisi.
Manuela Fugenzi: Mentre trovo straordinaria la produzione di fotografia di paesaggio in Italia in cui c’è un ottimo livello d’indagine del territorio: mi riferisco a certe esperienze che sono state rese possibili da un terreno molto fertile che si è creato intorno a certe personalità, ad esempio tutta l’area milanese attorno alla Roberta Valtorta che ha fatto per la regione Lombardia. Poi il lavoro prima ancora fatto da Luigi Ghirri nella zona di Reggio Emilia, la via Emilia. Guido Guidi, Campigotto, i lavori su Venezia, Ravenna, Bologna. Questa fotografia è stata talmente studiata ed è divenuta rigorosa in Italia a tal punto da poterne definire una propria poetica. Non penso solo ai figli di Guido Guidi, di una fotografia fredda, gelida, matematica, ma anche alle sotto correnti artistiche che ne sono derivate. Forte estetica e contentuti importanti, in grado anche di leggere anche l’ordinario. Invece il reportage e la fotografia sociale non riescono a esprimere altrettanto. Anche se ci sono tanti reporter capacissimi, manca la lettura dell’Italia contemporanea. Pochissimi sono i progetti che indagano noi, gli italiani. Io, per esempio, sono stufa delle indagini sugli zingari. Per carità, ho le mie convizioni e sono politicamente schierata, ma è diventato un cliché troppo abusato, mentre poi c’è una strana avversione nei confronti di un argomento come l’immigrazione che è difficile e scontato al tempo stesso. Il fotogiornalismo italiano oggi si deve interrogare, sull’esempio del fotogiornalismo americano che negli ultimi anni ha riflettuto sulla fotografia di guerra, embedded. Io qui faccio molta fatica a trovare materiale sulle nostre città, sul nord, sul sud: l’humus della Lega, i giovani del nord est, questi sono argomenti che latitano nel fotogiornalismo nostrano. Perché in giro ci sono tanti SUV? Non ho un lavoro che mi racconti perché si è arrivati a questo punto. Il problema, torno a dire, è raccontare questi argomeni in modo originale.
Gianni Mascolo: Qualcosa che mi stupisca. Vedo dei temi e un modo di far fotografia molto stanco, cose che mi aspetto già di vedere. Il tema è la prima cosa: io faccio il giornalista e se mi nominano il campo nomade già non mi interessa. Per il mio lavoro è una non-notizia. Se in più la proposta è fatta anche alla stessa maniera le possibilità diventano zero. Manca la sorpresa.
Renata Ferri: Sì. Ai fotografi italiani mancano tantissime cose. È difficile fargliene una colpa perché non ci sono scuole valide, né lo scambio con gli altri fotografi e non c’è una vera comunità di fotografia come avviene in altri paesi. Inoltre si muovono molto poco e vanno poco all’estero, anche perché non hanno dei giornali che li supportano, quindi subiscono dei costi di produzione troppo elevati. É grave poi che i fotografi italiani non raccontino abbastanza l’Italia.
Giovanna Calvenzi: sono delle cose diverse: se pensi alla fotografia in generale, senza pensare a dei possibilit generi, ai fotografi italiani non manca nulla. Ma se penso alla fotografia sportiva che rappresenta il mio lavoro attuale, vedo che ai fotografi italiani manca un certo standard. C’è una parte del mio lavoro che consiste nella ricerca delle immagini relative agli eventi e quindi prendere contatto con chi è specializzato in temi specifici come la formula1 che per una serie di problemi organizzativi, tecnici e di tempi si configura come un campo molto specialistico. Questi tipi di lavori non te l’inventi dall’oggi al domani. Nella fotografia sportiva gli italiani sono decisamente inferiori ai colleghi inglesi o americani nella qualità dell’immagine finale. Forse solo nell’automobilismo sono competitivi. Ma sai, il problema dei generi professionali è sempre un problema legato ai giornali, infatti i giornali sportivi, in Italia, sono sempre stati prevalentemente quotidiani, sono pochi gli specializzati che hanno bisogno di foto maniacali. Adesso da qualche anno ci sono due giornali che affrontano lo sport in maniera diversa: uno è il mio, Sport Week, e l’altro è un giornale di moto che si chiama Riders che usa un’eccellente fotografia. Quando comperi la Gazzetta o il Corriere vuoi vedere il goal, vuoi vedere in faccia il tipo che ha fatto goal con la palla nell’inquadratura. Quindi è normale che i fotografi puntino a quello, se vogliono vendere. Gli americani, gli inglesi e in parte i francesi hanno sempre avuto dei quotidiani molto più interessanti dei nostri dal punto di vista visivo. Tutti i quotidiani del mondo sono sempre stati molto più attenti all’immagine, ecco perché anche le loro scuole sono migliori della nostra.
Roberto Koch: quello che un pochino manca non è tanto nei fotografi, ma piuttosto nel sistema di produzione della fotografia in Italia, perché un modo di lavorare non perfettamente oliato e sperimentato fa sì che si aprano dei varchi che non sono per l’ingresso nella vita professionale e non sono legati necessariamente alla capacità di lavorare, ma magari più casuali, episodici, legati a una conoscenza così la professione diventa molto più incerta. Allora succede che uno comincia e non sa bene ciò che vuole ottenere. Questo significa anche che non ci sono barriere bensì un terreno vergine che non è facile conquistare. Manca il rapporto con un sistema organizzato e una selezione che avvenga con criteri condivisi e di qualità. Da noi è più facile che ci sia un ingresso nella vita professionale non legato alle capactià. Se uno nasce in America dovrà confrontarsi con una serie di scuole di fotografia costose e non potrà permettersele e avrà un insieme di persone che lo guideranno. Da noi è più un’intuizione. Se penso alla Germania lì c’è un sistema organizzato di gallerie, scuole, istituzioni pubbliche, da noi è un po’ meno organizzato.
7. Attualmente è difficile intraprendere il mestiere del photoeditor. Quali sono le vie praticabili?
Maria Teresa Cerretelli: Questo è un momento critico, ma il photoeditor è una figura centrale per i giornali che utilizzano immagini.
Sandro Iovine: Spazio non mi pare che ce ne sia un gran che, necessità invece ce ne sarebbe di sicuro tantissima. Ma ci vorrebbe anche maggiore professioanlità giornalistica alle spalle e maggiore autonomia decisionale. Cosa poco probabile in un mondo in cui il contatto continuo con i fotografi non può che indurre giustificati sospetti di degradante contagio da parte dei veri giornalisti, ovvero quelli che scrivono. Nelle redazioni se non si ha la pretesa di essere pagati è facile fare stage. Salvo che poi invece di farti fare un lavoro dal quale imparare qualcosa non ti mettano a fare telemarketing o se ti va bene rimettere a posto l’archivio. Non ho strade da consigliare se non quella di imparare bene una lingua e andare all’estero a costruirsi la professione. Una mia studentessa si è iscritta al citato corso per photo editor mentre frequentava con me quelli di comunicazione visiva e reportage e frequenta uno stage presso una nota casa editrice. A quanto mi dice ciò che ha potuto apprendere in quel corso è prossimo allo zero, ma credo che in Italia sia il massimo che si possa fare per puntare a questa professione. Per il resto tanti auguri.
Manuela Fugenzi: Non è facile. Credo che ci sia un certo margine di lavoro all’interno delle agenzie fotografiche, stage gratuiti. Credo che per i vincoli che sono stati imposti sullo stage oggi sia più facile per uno studente che viene dall’Accademia di Grafica di Urbino, piuttosto che l’Accademia di belle Arti di Brera o una scuola di fotografia riconosicuta, le università privatie, come la Luiss che aprono rapporti con realtà professionali. Dal corso di Umberto Eco di Bologna, ad esempio, arrivano stagisti alla Laterza. Tra le istituzioni esiste questo tipo di scambio. Invece sul signolo, la mia esperienza professionale, guardando anche altri giovani è che mentre all’estero un giovane manda un curriculum è ottiente quanto meno un’audizione, qui, in Italia, c’è il cattivo costume di non rispondere. La vedo difficile, quindi.
Gianni Mascolo: Prima di parlare di un discorso formativo, che francamente non conosco, parlerei di un percorso culturale. Abbiamo un grande limite come formazione e sistema che non chiede alla fotografia uno status diverso. Faccio un esempio banale che cito sempre: per l’accesso alla professione giornalistica esistono decine di scuole, ci sono gli stage che l’azienda fa e da cui prende giornalisti per durare uno o due mesi. Alcuni di loro rimangono da noi, non adesso per la crisi. Per la professione giornalistica esistono questi percorsi. La mia esperienza nel Gruppo Espresso, invece mi dice che queste figure sono totalmente assenti per quanto riguarda il fotogiornalismo, non sono proprio previste. In genere da noi chi si occupa dell’organizzazione del settore, per la parte di segreteria, occupa poi anche questo ruolo di ricerca iconografica, non ha niente a che vedere con la professione. Quella persona mi propone il risultato delle sue ricerche e non ha neppure il potere di prendere un servizio o commissionare dei lavori. Sono cose che fa l’Art Director, il responsabile o l’inviato. Quindi quello che vedo per la mia esperienza è un buco totale e culturale. Questa figura è come se fosse un impiccio, un contropotere. Ma non intendo dire che c’è conflittualità, piuttosto è un elemento di cui se ne può fare a meno, “la foto la scegliamo noi, va bene lo stesso”. Il tutto alimentato dal fatto che queste nuove tecnologie rendono tutto più semplice rispetto a prima in cui c’era tutto un movimento di persone e spedizioni. Adesso vai su Corbis, digiti Africa e scegli il colore predominante o il primo piano. La facilità di ricerca è pazzescamente migliorata. Anche se vogliamo una suggestione e non un dettaglio particolare, digitiamo delle parole chiave e troviamo gli spunti per il giornale e non viceversa. Immagina ad esempio quando noi impaginiamo un pezzo di scienza che parla della difficoltà degli adolescenti. Per me è complicato chiedere al photoeditor o fotografo un’immagine su questo tema, ma se vado sulla banca dati e incrocio illustrazioni e foto in bianco e nero sviluppo il concetto da me.
Renata Ferri: È abbastanza difficile, gli stage sono più accessibili nelle agenzie.
Giovanna Calvenzi: Sei mesi fa ti avrei dato una risposta diversa (intervistata realizzata nel giugno 2009, ndr) ma ora è subentrata la crisi dell’editoria per cui le grandi casi editrici devono ridurre i costi. Secondo me no, ma credo che sia un discorso contingente. Fai conto che io avevo una brava assistente, che era giornalista professionista e che lavorava con noi tramite un contratto con una società esterna. Quando la società ha chiuso e lei doveva essere assunta, malgrado stesse con noi da quattro anni e fosse bravissima, le venne proposto un contratto come impiegata segretaria e non come giornalista. Lei non accettò e se ne andò via. La persona che hanno accunto dopo di lei, che è altrettanto brava, ha accettato un contratto da impiegata. Adesso la tendenza è far fare il photoeditor alle segretarie. A meno che non ci sia un direttore forte che non accetta questa cosa. Renata, ad esermpio, ha cominciato a lavorare come photoeditor in anni in cui i direttori non assumevano. Lei ha incontrato una persona forte e convinta nell’assumere un photoeditor vero. Le aziende tendono a tagliare quel tipo di costi.
Roberto Koch: Io mi sono posto questo problema e in Contrasto abbiamo anche creato un percorso, infatti abbiamo sviluppato a Forma, da tre anni propone un corso di fotogiornalismo che però non è rivolto esclusivamente ai fotografi, ma a tutte le figure professionali che si occupano del settore. Abbiamo anche sperimentato che coloro che hanno seguito questo corso hanno poi trovato lavoro come photoeditor. Di recente anche la Luiss, con Internazionale si è attivata in tal senso. Poi ci sono anche molti altri modi, come essere informato sui giornali e gli eventi, sviluppare una conoscenza del settore a cui si aggiunge anche il mondo e la ricchezza di internet come possibiltà di rendersi visibile in molti modi. C’è una varietà di formazione molto più ampia di prima ed è positivo che non ci sia nulla di canonico.












